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Mer
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Nov 06

Da Ma libera veramente

Da Ma libera veramente - Trent’anni di Radio Popolare: voci, parole e immagini, edizioni Kowalsky, 2006

Radio Popolare, sostantivo, femminile. Emittente democratica. Sostanza collosa dalla quale, proprio come da una famiglia, non si riesce a staccarsi del tutto, mai. Il che complica le cose, dato che in questo modo non se ne può parlare al passato (passai di lì dal… al…), né precisare bene tempi e modi, note biografiche, avventure e disavventure. Tutto, dopo un po’, si compatta in una specie di nebulosa fosforescente e neppure il più bravo astronauta saprebbe dire se ne è dentro o fuori, proprio nel modo in cui chi ci lavora non sa dire esattamente in quale percentuale la radio si mangia la sua vita e il suo tempo, e ne viene a sua volta mangiata. Dopo anni che ci ho passato dentro e dopo anni che ne sono uscito, ancora non saprei esattamente collocare Radio Popolare in un esatta classifica di affetti, proprio come succede con gli affetti più grandi. E’ un’altra cosa, mi dico, sapendo perfettamente di essere incongruo e approssimativo.
Conosco gente che ne parla come della prima moglie. Altri che ostentano distacco e disprezzo pensandoci spesso, come si fa delle ragazze che hanno lasciato un segno che non vuole sparire. Altri ancora che semplicemente non possono prescinderne. Eccetera eccetera. Tutto questo fa di Radio Popolare, così, di primo acchito, una faccenda decisamente emotiva per chi c’è stato almeno un po’ seriamente dentro, avvolto nelle sue spire. E può stupire che, anche analizzando le cose per benino, con una punta di scientificità o perlomeno di freddezza critica, la prima cosa che pare notevole è questa emotività: dai titoli del gr alla scelta delle sigle, dal sommovimenti dietro il mixer, che si intuiscono più che sentirli, e dalla scelta delle parole, delle musiche, delle voci, dei punti di vista, si ha la sensazione di maneggiare una sostanza calda che, per quanto meditata, codificata e professionalizzata, non riesce a diventare neutra, figurarsi neutrale. E’ dei nostri. Lo dici anche quando non sai più chi è dei tuoi e chi no (e tuoi chi?, poi…), ma così suona. Siamo noi, ci somiglia. Non è detto che si debba gioirne in ogni occasione, ma tant’è.
In una specie di omaggio/ricordo/dizionarietto aneddotico come credo dovrebbe essere questa ricostruzione di “Radio Popolare secondo me?, suppongo che dovrei tessere grandi elogi in un senso o nell’altro (purché nella direzione dell’elogio, si intende) ed esagerare con gli aggettivi. Se non lo faccio non è per malanimo, ma perché mi aspetto dalla radio cose addirittura migliori di quelle che ho sentito fin’ora, e questa è una notevole apertura di credito. Insomma: potrei dirvi di certe albe strepitose di febbraio in via Stradella, scomode non meno dei cessi alla turca, oppure di quella volta che, o di quell’altra che invece, o di questo o quell’incontro, e tutto questo rischierebbe di sminuire altre albe o altre volte che, o altri incontri. Da direttore dei programmi (esperienza abbastanza breve, un anno e mezzo o giù di lì) ricordo proprio questo assedio di emergenze, di cose che bisognava fare e dire e mettere insieme e organizzare e varare e dargli una forma, e lo spazio che non bastava mai. E intanto ti sfilavano davanti cose magicamente assurde e vive come il dj peruano, o la trasmissione dei carcerati, o il dibattito interno, o la campagna abbonamenti, o le dinamiche tra noi e noi, noi e gli ascoltatori, la radio e il mondo, il mondo e la radio e tutto quanto. E andando a casa, all’alba, a notte, negli orari più assurdi in cui uno staccava o credeva di staccare, accendevi la radio e quella spaventosamente c’era, andava avanti 24 ore su 24 per sette giorni su sette e 365 giorni all’anno, come una specie di altoforno a ciclo continuo. E temevi lo stesso, a ragione, di non bruciarci tutte le idee che ti portavano, ti proponevano, o ti facevano venire. Parlo al passato, ma il passato vale per me, non per la radio, dove so che è ancora così, e per quanto spalino i fuochisti il carbone per la caldaia non finisce mai.
Feci, lo sanno tutti, Piovono Pietre. Cinque anni per undici minuti al giorno di one-man-show di cui ricordo ora due cose soprattutto: una certa fatica e una incommensurabile libertà. E anche una certa vertigine di non domandarsi mai “ma questo potrò dirlo??. Io lo dicevo. A pensarci, inebriante. E fu quella, devo dire, la mia più intensa e importante esperienza a tu per tu con la radio, della quale ho ancora un po’ di pudore a parlare perché nonostante fosse sotto le orecchie di tutti ancora mi sembra una faccenda intima, com’è intima la luce suffusa della lampadina dello studio quando sei solo tu, un microfono e un mixer. Per cinque anni il mio cane si è accucciato sotto la sedia mentre i miei undici minuti costati ore di preparazione scorrevano via in una cosa veloce come undici minuti, appunto. E non dirò altro, se non che a ricordarmeli amo ancora tutte, ma proprio tutte quelle diverse migliaia di minuti, e questo basta.
Mi ha sempre fatto impressione l’ascoltatore (Ascoltatore, sostantivo, maschile, utente democratico, spesso abbonato, dunque in qualche modo tuo editore) che diceva orgoglioso: Radio Popolare è la mia unica fonte di informazione! E intendeva: non mi sporco con gli altri. Ovvio che sbaglia lui. Ma è anche vero che la cosa ha un senso, dato che c’è una cosa, c’è come la raccontano i media, e poi c’è quella cosa come la racconta Radio Popolare. Ed è un’altra cosa ancora. Come Genova, o la guerra (uh, la guerra al singolare… magari!), o la politica, o la musica o tutto quanto, che quando passa da lì pare a suo modo diverso e diversamente filtrato. E credo che alla fin fine, partito con l’intento di non fare complimenti, questo mi sia scappato proprio, ma con convinzione e dal fondo del cuore.
Quanto all’aneddotica, non mi interessa e non mi entusiasma. Tanto so che ovunque si vada dopo questa vita terrena, in qualunque tipo di paradiso intendo, si verrà accolti da una musica, tonante, o suadente, o sarcastica a seconda dei gusti e delle ispirazioni. E so anche che quando toccherà a noi sentiremo un sommesso “uhmmm, ehmmm?, seguito dalle parole “scusate ascoltatori, non parte il cd?. E allora saprò di essere a casa, cazzo, di nuovo!, e alzerò un po’ il volume.

3 Commenti a “Da Ma libera veramente”

  1. Alessandro, era molto intimo anche l’ascolto che spontaneamente veniva in ognuno di noi.
    Ti auguro un 2009 fantastico
    e ti bacio!
    anna

    da annaz   - Giovedì, 15 Gennaio 2009 alle 19:55

  2. o senti.
    una mattina dopo uno stacco a piovono pietre hai iniziato così: ’sono tornati…’
    parlavi di uno sgombero a un campo nomadi.
    del loro silenzioso ritorno dopo che le ruspe avevano spianato tutto.
    mi hai fatto gelare, ma forse era inverno.
    mi hai fatto piangere, ma forse ero già triste.
    mi hai fatto pensare che forse è la prima mossa per agire.

    piovono pietre.
    la sveglia dieci minuti prima per riuscire a registrare sul nastro… ma quanti mila anni fa è stato?

    comunque, grazie.
    davvero.

    da claudio   - Martedì, 30 Giugno 2009 alle 02:12

  3. Bella radio :)

    da Giacomo   - Lunedì, 9 Agosto 2010 alle 18:27

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